Giovedì 13 alle ore 18:00 presso la Basilica di San Saturnino, Piazza San Cosimo, Cagliari, si terrà il diciannovesimo appuntamento dei “Dialoghi di archeologia, architettura, arte e paesaggio” organizzati dal #MuseoArcheologicoCagliari.
Questa settimana Michele Camerota, docente di storia della scienza all’Università di Cagliari, terrà un incontro dal titolo “Galileo Galilei e il processo tra storia e attualità”.
L’evento sarà trasmesso anche in diretta streaming sul canale Youtube e sulla pagina Facebook del Museo.
I più colti dei docenti si riferivano, quando si arrivava a Galileo Galilei, anche al Sidereus Nuncius, e, quasi di sfuggita, che, a suo tempo, fosse stato messo all’Indice. Lo si studiava più nel programma di Letteratura italiana pur essendo in un latino, davvero accuratissimo, tanto resoconto delle sue scoperte a cui, fino a qualche tempo fa, sembrava che interessassero ai professori delle specifiche discipline.
Qualche riferimento in più a Il Saggiatore, ai Dialogo dei Massimi Sistemi, ai Discorsi delle Nuove Scienze, nel tentativo di spiegare a liceali, sprovveduti di scienza, ricerca, abiure, cosa fosse un linguaggio scientifico e matematico e cosa fosse la contraddizione del Barocco che, il tempo avrebbe insegnato, insieme a tutto il Seicento, essere l’inizio della ricerca scientifica come la intendiamo oggi.
Diverse le generazioni di studenti che hanno finito per conoscere questo gigante della cultura scientifica, attraverso commediografi e registi che lo hanno davvero amato. Quante volte ci si è interrogati, ad esempio, assistendo all’opera teatrale di Bertolt Brecht, Vita di Galileo, sulla prospettiva in cui il commediografo colloca lo scienziato. Proprio perché in tanti avevano preso confidenza con lui attraverso il teatro più che attraverso i libri scolastici.
È stato un modo di vedere un Galileo complesso che problematizza il ruolo della scienza e il potere che ne deriva. Un uomo che oltrepassa il limite con lascoperta del cannocchiale e le osservazioni del cielo e che, contemporaneamente, abita solitudini profonde e fallimenti sconfinati; attraversato dalla peste, dalla condanna per eresia, dai controlli dell’Inquisizione. Sempre dubbioso sui rapporti tra scienza e fede, con sullo sfondo il Sant’Uffizio, eppure quel Galileo non pare avvertire la contraddizione tra dogmi di fede e procedimenti induttivi che gli sembrano due facce dello stesso percorso per meglio comprendere Dio.
Un io indiviso, certamente, ma che è solo nella ricerca della conoscenza del mondo. La verità è che trecentonovanta anni fa, il 22 giugno del 1633, a Roma, nel convento domenicano di S. Maria sopra Minerva, Galileo Galilei, vestito con l’abito bianco dei penitenti, in ginocchio davanti ai cardinali inquisitori, abiurava solennemente la «falsa opinione ch’il Sole sia centro del mondo e che la Terra non sia centro del mondo, ma che si muova».
Si concludeva così una vicenda controversa e, per molti versi, opaca, che ha assunto una valenza esemplare dei travagliati rapporti tra indagine scientifica, coscienza religiosa e potere politico. Ricostruire la genesi ed esaminare le implicazioni del “caso Galileo” significa, dunque, interrogarsi sul ruolo sociale della scienza e sulle sue relazioni con la più ampia articolazione della vita civile di un popolo, affrontando un ambito problematico che contempla aspetti di stringente attualità.