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Alla fine del 6° secolo a.C. la Sardegna entra nella sfera di influenza cartaginese, sia le città costiere, fondate dai fenici, sia il fertile entroterra della pianura del Campidano, ricco di insediamenti a vocazione principalmente agricola. Molti sono villaggi di cui si conosce l’esistenza solo grazie alla scoperta delle relative necropoli (Monte Luna a Senorbì, Santa Lucia a Gesico o Bia de Déximu Bèccia a San Sperate, da cui proviene la famosa maschera ghignante, esposta al secondo piano del Museo).

La forma delle ceramiche non si discosta molto da quelle del periodo precedente, però si può notare un significativo scadimento qualitativo dell’argilla e della decorazione. Continuano a essere prodotte le brocche bilobate legate al consumo del vino e quelle con orlo a fungo, contenenti balsami profumati. Fra queste i numeri 10 e 12 hanno una decorazione a fasce parallele rosse e brune, la stessa decorazione che troviamo in abbondanza nelle anfore e nelle brocche (numeri 1, 2, 7, 8, 9 e 12).
Compaiono però anche nuove forme vascolari, come le brocchette cosiddette a biberon con beccuccio-versatoio, in alcuni casi modellate in forma umana (numero 8 da Tharros, in comune di Cabras) o decorate con occhi umani o stelle (numero 2 da Tuvixeddu, in comune di Cagliari).
Molto interessanti sono anche i piccoli askòi (imitanti l’omonima forma di origine greca), soprattutto quello ornitomorfo (a forma di uccello) al numero 1. Ad ambito sacro sono da attribuire le statuette egittizzanti in bronzo da località sconosciuta (al numero 6) raffiguranti il dio Osiride e la consorte e sorella Iside con in braccio il figlio Horus.

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